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“Quando l‘ombra è più forte” acquerello, 1982

In calce al catalogo sì legge: “Wladimir Khastev e nato a Leningrado neL 1947.
Ha frequentato la scuola d’arte e di design di Leningrado, nella facoltà di architettura di Interni, fino al 1973. Vive in Italia dal 1981”. Stavo per non andare all’inaugurazione nello studio di “Carte Segrete”: uno dei soliti russi, ho pensato, che sguscìano di tanto in tanto, essendo ebrei o ottenendo di passare per tali, e che, in attesa di partire per Israele o per gli Stati Uniti. si esibiscono qui come pataccari. Siccome però la mostra si tiene in una delle più belle vie di Roma, via Anicia, in Trastevere, e, per di più, in una parte dello stesso caseggiato dove nacque uno dei pittori più fini e più colti dcl nostro Ottocento, il garibaldino Nino Costa, ho detto: “vado”.
È da sapere, inoltre, che in via Anicia, all’inizio, c’è la chiesa della Madonna dell’Orto mentovata dal Belli in uno dei suoi più straor- dinari sonetti sulla morte; che, in fondo, ci sono i resti dt quella che fu, dopo il 1870, la caserma del 2’ Reggimento bersaglieri, il mio quarant’anni fa. e che, attaccata a quelle mura, c’è la chiesa di San Francesco a Rtpa con la Ludovica Albertoni, una delle statue più emozionanti di Bernini. Anche se il leningradese Khasiev fosse stato uno di quelli che disegnano coi gessi colorati madonne e santi sui marciapiedi, la camminata non sarebbe stata a vuoto.
Invece questo Volòdia non colora coi gessetti ne ammannisce sbavature pseudo avanguardistiche come capita spesso ai giovani artisti esuli dall’Urss e ai quali l’Occidente dopo qualche salamelecco offre solo inevitabili delusioni. Questo ignoto Viadirmiretto dipinge acquerelli di scorci romani con un gusto che sta tra il disegno d’architettura e la sofisticata cultura d’un “viaggiatore incantato” per dirla con il tiolo d’un famoso r’acconto di Lijeskòv.

“si specchiava” acquarello (1981)

Dimmodoché la passeggiata romana che m’aveva motivato a raggiungere via Anicia è continuata negli acquerelli e nella poesia che li accompagna di Giorgio Canino. Persino i titoli invogliano al viaggio ’”Quando l’ombra è più forte”, “Di qui si entrava” (Isola Tiberina e Porta San Sebastiano).
Qualche stupidino dirà: cartoline illustrate. Può darsi, ma recano una firma micidiale: quella di Nicola Gogol alla signora Balàbina. La luce (e l’ombra) degli acquarelli di Volòdia è la medesima del frammento gogoliano di  Roma. Che poi quella luce (e quell’ombra) abbia parentela con quelle di Donghi, Francalancia, Socrate e Francesco Trombadori, attiene ai misteri della pittura.

La quale, quando c’è, non sbaglia mai, appunto, le luci d’un luogo (nè le ombre).

Mi piace immaginare Wladimir Khasiev che dipinge ad acquarello le vedute di Roma, in una mattina luminosa e rigida, nel chiuso di uno studio nei paraggi della prospettiva Nevsky, a San Pietroburgo. Khasiev in verità conosce Roma quasi meglio della sua città natale, e vi abita da gran tempo.
Ma l’occhio della sua pittura filtra l’immagine da una prospettiva di lontananza, e il paesaggio descritto fa l’effetto di una evocazione, di una apertura ad un mondo più immaginato che osservato dal vero. Infatti, Khasiev non si fida delle impressioni. Il suo disegno e compatto, la prospettiva e nitidamente squadrata come un impeccablle e necessario impaginato. Sembra di osservare, ad opera compiuta, una illustrazione di altri tempi, di quelle che circolavano nell’800 per la gioia di chi non poteva assicurarsi il privilegio di un “grand tour” per le meraviglie d’Italia.
L’occhio lucido di Khasiev guida la mano sapiente ed aggiusta luci modulando i toni del colore a lievissimi ed esatti tocchi di pennello. Come un miniaturista, egli dedica al paesaggio la cura meticolosa dell’orafo e del disegnatore, sovrapponendo un colore raffreddato ed omogeneo: se ne ricava una lumiuosità calma e diffusa, retaggio sicuro di quelle luci del Nord assimilate poeticamente nelle piatte distese di mare e di terra battute dai venti che lambiscono San Pietroburro.
Chi ha visto quelle luci, filtrate dalle architetture eleganti e solitarie ai bordi della Neva, o disposte tra i ponticelli di qualche canale, apprezza il tono di una pittura in cui si concentra uno stile.
Roma, come San Pietroburgo, diiventa una metafora di quella luce, e anche un pretesto. Cardarelli scriveva della Città Eterna che in essa trionfavano l’acqua e la pietra, con le fontane e l’emergere dei monumenti, i ruderi antichi, le statue delle basiliche, gli angeli musicanti in cima delle chiese barocche. Questa Roma così elegantemente sottratta al rimestio del flusso vitale per la magnificenza degli elementi primari modellati dall’uomo (il marmo, il travertino, le acque canalizzate) chiama il panorama di San Pietroburgo come sua spoglia dell’estremo Nord, e le assomiglia per la sua sontuosa, quanto passata, regalità.
E come se la città privilegiasse il suo alito invernale: alberi radi, luce di tramontana, fredda e pulita, meridiane al mezzodì in una silenziosa giornata domenicale. E così, il paesaggio romano diventa per Khasiev una occasione privilegiata: per descrivere l’opera costruita dall’uomo nella storia come se fosse un lascito della natura, una apparizione da contemplare.
Khasiev ama la città dove ha scelto di vivere e lavorare, e continua ad osservarla come una meraviglia che guarda da lontano quando era soltanto un oggetto dei suoi sogni. Non a caso questi paesaggi romani eseguiti con estrema precisione analitica presentano luoghi assai noti con il fascino della scoperta e dello stupore: un ponte sul Tevere, le colonne dei Fori, un incrocio di vie per il rione di Campo Marzio, diventano luoghi esotici dove un vento leggero smalta le superfici ed annuncia situazioni, possibilità di vita e di esperienza inusitate. In tutto ciò che è familiare si nasconde sempre la scintilla dell’imprevisto o dell’imprevedibile.
Così, la calma apertura visiva, che in piena luce Khasiev offre con le sue inquadrature, ci dice che Roma è sempre verde di novità per chi la osserva meditando lo spettacolo delie sue antiche mura. E soprattutto leggendovi dentro, oltre la superficie della consuetudine, quel brivido di nostalgia che circola nell’aria quando un “vento del Nond” si mette ad accarezzarla.