Veduta di Tuscolo

Quando per la mia prima volta vidi Frascati ne percepii immediatamente il fascino del tutto speciale; adagiata sotto le pendici del Tuscolo sensuale ed aristocratica mi accolse e come un viaggiatore di altri tempi mi lasciai condurre tra i vicoli le ville ed i parchi, alla ricerca dell’eterna armonia tra forma-colore e luce, sostanza e linfa di ogni artista.

W. Khasiev 2004

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L’esigenza di rinnovamento presente oggi più che mai nel campo dell’arte, così come nella moda, nel costume e nella società in genere, ha trovato un terreno particolarmente fecondo proprio nelle manifestazioni espressive, sia per una prepotente voglia di novità sia soprattutto per la crisi di vecchi modelli e di valori ritenuti superati. Da qui i tentativi, a volte rimasti mere intenzioni, di introdurre nuovi contenuti, di utilizzare tecniche avanguardistiche, di sperimentare ulteriori canali espressivi; sforzi, quasi sempre, oltre che innovativi addirittura dirompenti.
Ma ormai che quella triste previsione “la pittura è morta” è risultata infondata, certi che la pittura, quando è vera pittura, è rimasta forma d’arte mentre la carta emulsionata si è rivelata semplice tecnicismo, quella assoluta esigenza di prendere le distanze dalla realtà -per non correre il rischio di essere tacciati di poca inventiva ed originalità- non ha più ragion d’essere ed anche la protesta “contro ciò che è” di Marcuse è stata definitivamente ridimensionata.
A tale conclusione Wladimir Khasiev è arrivato subito, consapevole che l’arte deve essere innanzitutto espressione di ciò che vedono i nostri occhi, col solo filtro dei sentimenti e la mediazione degli stati d’animo, e non mera costruzione simbolico-allegorica che sottende messaggi a volte decodificabili solo attraverso un attento studio. Con una coerenza che denota anche coraggio l’amico Wladimir ha portato avanti un discorso ancorato al passato pur non rinunciando al presente, riuscendo in tal modo ad essere sorprendentemente moderno rivelando di aver fatto proprie le precedenti esperienze figurative, assorbite nella scuola d’Arte e di Design della Facoltà di Architettura di Interni di San Pietroburgo, restituendocele filtrate e ulteriormente arricchite dalla propria personale esperienza.
“Quando voi dipingete alberi, fateli in modo che gli uccelli vi possano svolzzare dentro e farvi i loro nidi”, scriveva Camille Corot alla vista del paesaggio romano, e così le opere di Khasiev, dimostrano a prima vista che egli possiede innato il gusto del colore, il senso dell’equilibrio del taglio e della composizione e soprattutto il tormento di una lettura interiore della realtà che ricrea sulla carta con entusiasmo e naturalezza oltre al dato oggettivo quello atmosferico.
L’ingresso di villa Aldobrandini, la Cancellata, il Ninfeo di villa Aldobrandini, la Salita di villa Aldobrandini ed il Panorama di Frascati dalla villa Aldobrandini, la Fontana alta, la Salita di villa Torlonia ed il Comune di Frascati assieme alle Scuderie Aldobrandini, l’Anfiteatro, la Passeggiata e gli Scavi del Tuscolo, il Campanile, la Veduta di piazza San Rocco e la Chiesa del Gesù, Villa Sora, Villa Tuscolo, Villa Parisi, Villa Mondragone, Villa Lancellotti e Villa Grazioli attraverso gli acquerelli di Khasiev riescono come d’incanto ad esprimere quel sentimento dei luoghi indispensabile a tutti noi per ritrovare angoli, scorci e vedute e assieme a questi le ancor più significative suggestioni letterarie che essi sottendono.
Questo perché protagonista nelle sue opere è non tanto e non solo la città di Frascati ed il territorio circostante con le sue splendide ville tardo-rinascimentali e barocche e quei parchi folti di lecci, di quercie e di cipressi più volte secolari, quanto il paesaggio come stato d’animo, la luce ed il colore che promana dalla città e dalla campagna con quel giallo oro della vegetazione autunnale, il verde scuro dei pini e l’azzurro dei monti lontani appena velato da tenui strisce di foschia, le trasparenze più soffuse ed i contrasti più violenti che rendono assai bene la magica atmosfera e sembrano quasi voler uscire dall’impasto dell’acquerello che, semplice supporto del quadro, li trattiene a mala pena tanto forte è la loro carica cromatica e al tempo stesso poetica e, in più di un’occasione, addirittura lirica.
E’ proprio il colore ancora una volta a trasformare in spessore ogni frammento di realtà scrutata dall’artista che si arricchisce così di quel particolare timbro che senza mezzi termini possiamo tranquillamente chiamare poetico; arte, quindi, quella di Wladimir, intesa come catarsi perché solo dopo aver ricostruito sul foglio bianco quel puzzle dettatogli dall’ispirazione, il forte carattere dell’uomo riesce a rasserenarsi ed a ritrovarsi, in una simbiosi ideale, con lancor più forte sentire dell’artista che è in lui.

Renato Mammuccari

L’idea che dopo circa centocinquanta anni di nuovo un grande artista russo sia giunto ad Albano mi ha affascinato tanto che non ho potuto fare a meno di coltivare subito la sua amicizia e di invogliarlo a poggiare il suo cavalletto, per le vie di questa città come fecero tanti altri suoi predecessori ed in particolare alcuni suoi connazionali. Tra questi, oltre ai grandi scrittori come Gogol ci furono anche due bravi pittori Aleksàndr Andrèevic Ivanov e Grigorij Ignàr’evic Làpcenko anch’essi allievi dell’Accademia d’Arte di 5. Pietroburgo.
Làpcenko, addirittura, riuscì, tra vari illustri pretendenti, ad avere la meglio e sposare la “divina” Vittoria Caldoni, celebre modella di Albano.
Pertanto quando due anni or sono proposi al Maestro Wladimir Khasiev di realizzare una sua personale di acquarello su carta con tema fisso sulla città di Albano, era già chiaro che questo evento avrebbe costituito una seconda importante tappa nel cammino del recupero della grande tradizione storico-artistica di Albano.
La mostra del 1999 “Albano, città del Grand Tour”, con relativo catalogo delle opere conservate presso i Musei Civici fu il primo atto di questa importante operazione scientifica e culturale non solo per ricordare e far conoscere lo stuolo di artisti, pittori, poeti, scrittori e viaggiatori che, soprattutto nel Settecento e neil’Ottocento, vennero da tutta Europa e dall’italia a visitare e a soggiornare in Albano, ma anche per ravvivare quel “fuoco sacro” che animava il loro spirito desideroso di tuffarsi nel mondo classico con una nuova visione “romantica” del passato e delle antiche rovine di cui la città ed i suoi dintorni è particolarmente ricca.
Khasiev, dunque, in questa sua personale dedicata ad Albano, torna a fermare nel tempo e ad immortalare con grande maestria le architetture classiche di antichi monumenti, palazzi patrizi, panorami e vedute a volo di uccello, scorci suggestivi, giardini, angoli e prospettive neglette al distratto viandante.
Dietro la personale riservatezza e la signorilità che contraddistingue il Maestro traspare chiaramente un temperamento emotivo, capace di comunicare ancora vive emozioni ed atmosfere cariche di quel romanticismo ottocentesco caro a noi ed oggi quanto mai rivalutato ed apprezzato.
Nei suoi acquerelli, realizzati non a caso nel mesto autunno, prodigo di caldi colori, congeniali alle trasparenze di questa tecnica tutto ciò appare patentemente, attraverso la grande capacità del Maestro di 
padroneggiare l’uso indiscusso della luce, luce particolare che soltanto il sole ed il cielo italiano sapeva e, grazie a Dio, sa ancora dispensare agli occhi dei grandi artisti.
Ma Khasiev è anche artista moderno: lc sue ineccepibili prospettive e visioni architettoniche, il suo tratto pulito, la sua sapienza nel distribuire e dosare luce-colore è propria di un grande artista contemporaneo, ancora in parte da scoprire e valutare adeguatamente.
Tra le diciannove opere esposte nella graziosa sala d’onore della villa Ferrajoli, sede del Museo, voglio ricordarne soprattutto tre: il panorama e la più ristretta veduta di Albano dal campanile della Cattedrale e la vista della Chiesa di S. Maria della Stella.
È in queste opere, che, personalmente, mi sembra si possa cogliere al meglio il prezioso connubio tra il gusto e l’atmosfera dell’ottocento e lo stile e l’arte contemporanea.
Il Maestro si esprime ad alti livelli, coniugando in maniera superba luce, colore e tecnica. Egli, come in un caleidoscopio, distribuisce il colore dei tetti delle case e il verde dei boschi in un giuoco sapiente di luci e di ombre: nella vista della Chiesa di 5. Maria della Stella il controluce raggiunge addirittura una resa eccezionale.
Sento, pertanto, il dovere di ringraziare il Maestro Wladimir Khasiev per aver accettato il mio invito a realizzare una sua personale su Albano.
Probabilmente però il Maestro Khasiev più che il mio umile invito avrà ascoltato quello, ben più importante, di Goethe che, nell’autunno del 1787 scriveva: “In nessun altro luogo come qui il cielo e la terra invitano a disegnare paesaggi”
Mi auguro che questa importante mostra possa essere di buon auspicio per la creazione di un altro museo dove il non indifferente patrimonio artistico comunale possa essere finalmente esposto al godimento pubblico e dove possa svilupparsi un centro culturale che tenga vivo l’amore per le arti pittoriche garantendo così la continuità di quella grande stagione artistica del Grand Tour che in passato onorò la nostra citta.

Pino Chiarucci
Direttore dei Musei Civici

Mi piace immaginare Wladimir Khasiev che dipinge ad acquarello le vedute di Roma, in una mattina luminosa e rigida, nel chiuso di uno studio nei paraggi della prospettiva Nevsky, a San Pietroburgo. Khasiev in verità conosce Roma quasi meglio della sua città natale, e vi abita da gran tempo.
Ma l’occhio della sua pittura filtra l’immagine da una prospettiva di lontananza, e il paesaggio descritto fa l’effetto di una evocazione, di una apertura ad un mondo più immaginato che osservato dal vero. Infatti, Khasiev non si fida delle impressioni. Il suo disegno e compatto, la prospettiva e nitidamente squadrata come un impeccablle e necessario impaginato. Sembra di osservare, ad opera compiuta, una illustrazione di altri tempi, di quelle che circolavano nell’800 per la gioia di chi non poteva assicurarsi il privilegio di un “grand tour” per le meraviglie d’Italia.
L’occhio lucido di Khasiev guida la mano sapiente ed aggiusta luci modulando i toni del colore a lievissimi ed esatti tocchi di pennello. Come un miniaturista, egli dedica al paesaggio la cura meticolosa dell’orafo e del disegnatore, sovrapponendo un colore raffreddato ed omogeneo: se ne ricava una lumiuosità calma e diffusa, retaggio sicuro di quelle luci del Nord assimilate poeticamente nelle piatte distese di mare e di terra battute dai venti che lambiscono San Pietroburro.
Chi ha visto quelle luci, filtrate dalle architetture eleganti e solitarie ai bordi della Neva, o disposte tra i ponticelli di qualche canale, apprezza il tono di una pittura in cui si concentra uno stile.
Roma, come San Pietroburgo, diiventa una metafora di quella luce, e anche un pretesto. Cardarelli scriveva della Città Eterna che in essa trionfavano l’acqua e la pietra, con le fontane e l’emergere dei monumenti, i ruderi antichi, le statue delle basiliche, gli angeli musicanti in cima delle chiese barocche. Questa Roma così elegantemente sottratta al rimestio del flusso vitale per la magnificenza degli elementi primari modellati dall’uomo (il marmo, il travertino, le acque canalizzate) chiama il panorama di San Pietroburgo come sua spoglia dell’estremo Nord, e le assomiglia per la sua sontuosa, quanto passata, regalità.
E come se la città privilegiasse il suo alito invernale: alberi radi, luce di tramontana, fredda e pulita, meridiane al mezzodì in una silenziosa giornata domenicale. E così, il paesaggio romano diventa per Khasiev una occasione privilegiata: per descrivere l’opera costruita dall’uomo nella storia come se fosse un lascito della natura, una apparizione da contemplare.
Khasiev ama la città dove ha scelto di vivere e lavorare, e continua ad osservarla come una meraviglia che guarda da lontano quando era soltanto un oggetto dei suoi sogni. Non a caso questi paesaggi romani eseguiti con estrema precisione analitica presentano luoghi assai noti con il fascino della scoperta e dello stupore: un ponte sul Tevere, le colonne dei Fori, un incrocio di vie per il rione di Campo Marzio, diventano luoghi esotici dove un vento leggero smalta le superfici ed annuncia situazioni, possibilità di vita e di esperienza inusitate. In tutto ciò che è familiare si nasconde sempre la scintilla dell’imprevisto o dell’imprevedibile.
Così, la calma apertura visiva, che in piena luce Khasiev offre con le sue inquadrature, ci dice che Roma è sempre verde di novità per chi la osserva meditando lo spettacolo delie sue antiche mura. E soprattutto leggendovi dentro, oltre la superficie della consuetudine, quel brivido di nostalgia che circola nell’aria quando un “vento del Nond” si mette ad accarezzarla.