Sembra un mondo di vetro quello che Vladimir Khasiev presenta nei suoi acquerelli prestigiosi e sorprendenti: trasparenze e riflessi, luci rapprese, raggi che si condensano. E’ uno sguardo nuovo sui mondo, sulle città, sugli ambienti, sugli oggetti d’uso quotidiano, sui monumenti, sugli arredi. Non sull’uomo direttamente, ma sulle opere dell’uomo, sull’habitat che egli crea e che vive frettolosamente, smarrendone il senso nel suo quotidiano tran tran.
Tutto questo Khasiev vivifica e valorizza in uno sguardo d’amore incantato, a significare che non c’è nulla di banale nella vita, dove ogni cosa è intelligente, ricca di senso, di essere, di eternità. È un viaggio, una perlustrazione stupita, quasi una visitazione aliena di luoghi che si vogliono conoscere ed amare, non per averli in dominio, ma per farne esperienza, come fosse la terra un dolce approdo da cui ripartire verso mete e lidi più ambiti, più puri e lontani.
E’ una luce, quella di Khasiev, che investe le cose senza aggredirle. Una luce non impressionista, né espressionista; non vitalistica e neppure metafìsica, bensì metapsichica, spirituale. Non è una luce che si fonde con le cose, ma le abbraccia, le contorna e le attraversa, paga di questo infinito aleggiare. Una luce cosmica, astrale, c non materica, sanguigna, solare. Una luce fredda e azzurrognola, per cosi dire “alta”, che giunge dall’oltre e non si impasta con la materia, non entra nel metabolismo delle cose. Non è luce demiurgica, ma luce gnostica, che vive e conosce il mondo da distanze siderali, senza manipolarlo o plasmarlo e senza farsene condizionare.
Una pittura di tensioni fra l’io e il mondo, ben diversa dalle identificazioni estroversive operate dalle avanguardie storiche, ma pur lontana dalle introversioni di ogni simbolismo, che seppelliscono il mondo nel chiuso labirinto mentale della soggettività. L’io, per Khasiev, è invece aperto, ha valenze universali. Ne segue una figurazione statica, che tuttavia non soffoca il dinamismo, ma lo stimola, secondo il principio dell’armonia dei contrari.
Il paesaggio di Khasiev è immobile, ma non sfuma nel vuoto dechirichiano, né nella vanita dell’essere tipica del nichilismo leopardiano (quel nichilismo che, come ha detto Heidegger, non è che una conseguenza della metafisica tradizionale). L’immobilità figurale di Khasiev equivale al silenzio della gestazione, alla tumultuosa attesa dell’evento vitale. È l’essere che contiene il divenire, l’eterno che raccoglie il tempo, la quiete che dà l’abbrivo al moto e lo alimenta dentro di sé.
Gli acquerelli di Khasiev sfatano il luogo comune che considera le essenze come la negazione della vita, e mostrano al contrario che è proprio l’immagine eterna delle cose a renderle mutevoli, proteiformi, e a farle sempre nuove nella storia, strappandole all’oceano del nulla, all’oblio della polvere e del terriccio informe che svuota e sfianca ogni mobilità. Questa visione del mondo è archetipica, sorgiva, e gli archetipi non sono avulsi dalla storia, ma sono l’aspetto eternamente nuovo della storia, cui è necessario tornare per innescare sempre nuovi processi di conoscenza e di creatività.
Wladimir Khasiev dichiara di avere bisogno di una preparazione spirituale prima di affrontare l’opera. Ciò non vuoi dire che egli abbia bisogno di conoscere in anticipo il risultato finale del suo lavoro, ma di conosceme invece il momento originario, la pulsione prima, attraverso il lampo intuitivo che specularmente rinvia dal caduco esistenziale all’eternità. Individuata la polla sorgiva, l’acqua va al mare da sé.
Una consumata abilità tecnica ritrae interni ed esterni del vissuto quotidiano: salotti, librerie, camere da letto, balconi e davanzali fioriti, finestre e tendaggi, monumenti e rovine, boschi lussureggianti e strade alberate, ponti e fiumi, architetture urbane ed angoli ignoti, archi, inferriate e sampietrini, tetti e visioni aeree della città. L’uomo non c’e, ma è sottinteso al di qua della moviola. E lui il visitatore alieno che cerca nel dissimile il simile, scoprendo nel tutto rispondenze segrete, piaghe sconosciute di sé. È lui la presenza misteriosa che, girandosi di scatto, il cane raffigurato riesce a fiutare. È lui la luce che illumina la cose, lasciandosene nel contempo illuminare. È un’energia di transvolamento; il cielo stesso che, arrestato ai confini della terra, la avvampa d’un sole freddo, che non la può ustionare. Armonia dello yin e dello yang, tensione struggente dell’essere che sosta sulle terra, epifania dell’assoluto nell’attimo fuggente, del tutto nella parte, dell’universale nella relatività.

Franco Campegiani

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