Pur essendo un estimatore incondizionato di Cesare Pascarella – non tanto e non solo come poeta quanto piuttosto quale “scimpanzé” dei XXV della Campagna romana – non concordo con lui quando sostiene che i romani non sono mai esistiti e che Roma è stata sempre e solo un grande albergo. A sostegno di tale affermazione l’autore di “Villa Glori” e de “Er morto de campagna” precisava, tra lo scanzonato e l’ “accademico”, che Cicerone era di Arpino e Virgilio di Mantova, Ovidio abruzzese e Orazio pugliese, Seneca spagnolo e Catone di Monte Porzio; e di se stesso diceva che, pur essendo nato a Roma, era “de passaggio”.
A questi non ho difficoltà ad aggiungere Cesare Ottaviano Augusto che ebbe i natali a Velletri; Tito Livio e Tacito, i più grandi storici di lingua latina, provenienti rispettivamente da Padova il primo e da Terni il secondo; il reatino Marco Terenzio Varrone, autore delle Antiquitates rerum divinarum dedicate a Cesare; Fedro, a tutti noi ben noto per quelle Favole che si rifacevano come modello ad Esòpo, nato a Filippi in Macedonia; Plinio, sia il vecchio, celebre naturalista che morì nell’eruzione del Vesuvio, sia il giovane con quell’interessantissimo Epistolario, nati entrambi a Como; Apuleio, infine, autore delle Metamorfosi, addirittura africano.
Questa pur lunga teoria di “naturalizzati” romani, che ho ridotto al minimo per non essere pedante, non riesce però a convincermi della bontà dell’epitaffio pascarelliano in quanto ritengo che la romanitas – con questa parola intendendo l’interesse, la passione e l’amore per tutto quello che affonda le sue radici nella storia di Roma – più che una questione anagrafica sia una scelta culturale così come quella fatta Vladimir Khasiev, principe degli acquerellisti e maestro indiscusso di tale tecnica.
L’Italia, ed in particolare Roma e la sua Campagna, infatti, dovevano attendere proprio la sensibilità di un russo di San Pietroburgo per trovare un pittore che riuscisse a recepire quelle aure che i grandi artisti del passato avevano tentato di rivivere in prima persona – magari dopo averle immaginate nelle raffigurazioni di Nicolas Poussin e Claude Lorrain- facendo diventare i luoghi ritratti nei suoi acquerelli, veri e propri “cammei” fuori dal tempo e dallo spazio, da meta di turisti frettolosi e distratti a mito dell’anima di viaggiatori attenti e sensibili.
Stendhal che mi piace ricordare, più che per i romanzi ai quali è legato il suo nome, soprattutto per le Promenades dans Rome – un autentico breviario estetico con il quale ci aiuta a vedere e capire la Città eterna non soltanto nei suoi monumenti e nelle sue opere d’arte, ma anche nella sua storia passata, nella cronaca del suo tempo e nella società dell’epoca- sosteneva a ragione che per comprendere a fondo tutto ciò era necessario, se non indispensabile, “un po’ di malinconia e d’infelicità”.
Tale considerazione ritengo sia il motivo conduttore di questa mostra antologica di Khasiev composta, come un mosaico, da una infinità di tessere che al pari delle tegole di un tetto si danno l’acqua l’un l’altra; la rara sensibilità dell’autore, unita ad una profonda cultura umanistica resa con grande gradevolezza ed incisività al tempo stesso, ci restituiscono, infatti, una Roma definita da Virginia Woolf “la più bella città del mondo” che riusciamo a comprendere appieno ed a far nostra proprio grazie ai suoi acquerelli, pur essendo fuggevole come una sensazione, cangiante come un colore e inafferrabile come il suono dell’acqua. Se nell’acquerello il segno «difetta di energia e la sua prospettiva di ampiezza, e fa lamentare la solidità dei suoi primi piani, non è men vero che la pittura ad acqua offre adatto mezzo a rendere colla massima facilità di esecuzione lo scintillio vivido ed evanescente dell’aria aperta» scriveva il Marangoni nel 1910 in occasione della prima esposizione degli Acquerellisti lombardi; questa tecnica, infatti, aveva anticipato le conquiste del moderno divisionismo nel rendere le vibrazioni della luce atmosferica con quella razionale scomposizione dei raggi nei loro colori primi e complementari, con quei suoi morbidi e caldi effetti di trasparenza ottenuti per mezzo delle velature che solo questo metodo pittorico, con la sua rapida e fedele immediatezza di impressione, consentiva; e proprio per questo Gabriele d’Annunzio scriveva che tale modo di dipingere rappresentava “lo sforzo della materia per diventare luce”.
Fedele a tali insegnamenti Viadimir Khasiev, dopo aver frequentato l’Accademia di Arti Applicate di San Pietroburgo nella Facoltà di Architettura d’Interni è riuscito, come pochi altri, a stemperare con una straordinaria manualità che esalta ancor di più la sua arte, il soggetto rappresentato che, affrancato dallo scontato e mero elemento oggettivo, si arricchisce di quel dato emozionale ossia di quell’attimo impercettibile che l’artista vuol trasmettere sulla tela, inteso come il solo ed unico “fotogramma” che l’autore intende salvare e far suo per la gioia dei nostri occhi.
A tale conclusione l’amico Khasiev è arrivato subito, consapevole che l’arte deve essere innanzi tutto espressione di ciò che vedono i suoi occhi col solo filtro dei sentimenti e la mediazione degli stati d’animo e non ingegnosa costruzione simbolico-allegorica che sottende messaggi a volte difficilmente decodificabili; con una coerenza che denota anche coraggio ha portato avanti un discorso ancorato al passato pur non rinunciando al presente, riuscendo in tal modo ad essere sorprendentemente moderno in quanto la luce delle sue opere, più che una funzione spaziale, più che il mezzo per dare profondità al quadro, viene assorbita dal colore essa stessa e, restituita ed esaltata dalla forma, crea quelle vibrazioni atmosferiche che possiamo definire una vera e propria polifonia cromatica.
La sua pittura in definitiva, con quel segno nervoso ed essenziale, con una pennellata tra lo spatolato e l’evanescenza dell’acquerello, con quei colori diluiti e stesi a grandi macchie, con quei sapienti ed arditi accostamenti senza mai però essere dirompenti, con il taglio della composizione originale ma sempre leggibile, il suo modo di dipingere dicevo, è giunto ad una sua precisa collocazione nel variegato e mutevole caleidoscopio che è il mondo dell’arte.
Colore e sentimenti, vedute e sensazioni, sono queste le coordinate che immancabilmente ritroviamo nei suoi acquerelli da quelli dal taglio scenografico rappresentanti Villa Mondragone, il Ponte dell’Isola Tiberina, Villa d’Este e Piazza San Marco, ad altri dal sapore d’antan che ci restituiscono la Sala delle Cariatidi, i Canali di Venezia e Palazzo Altemps, a quelli particolarmente suggestivi con audaci visioni aeree che evocano una Roma vista dal Vittoriano, il Ponte Vittorio Emanuele e di nuovo una splendida veduta a “volo d’uccello” di Villa Mondragone, sino a quel vero e proprio capolavoro che è il Panorama da Castel SantAngelo.
“Quando voi dipingete alberi, fateli in modo che gli uccelli vi possano svolazzare dentro e farvi i loro nidi”, consigliava Camille Corot ai suoi allievi alla vista del paesaggio romano, e così le opere di Khasiev, dimostrano a prima vista che egli possiede innato il gusto del colore, il senso dell’equilibrio del taglio e della composizione e soprattutto il tormento di una lettura interiore della realtà che ricrea sulla carta con entusiasmo e naturalezza privilegiando, oltre al dato oggettivo, soprattutto quello atmosferico.
Ponte Marconi, Il Giardino Segreto di Mondragone e il Viale dei Cipressi a Villa d’Este attraverso i suoi acquerelli riescono ad esprimere quel sentimento dei luoghi indispensabile a tutti noi per ritrovare angoli, scorci e vedute ed assieme a questi le ancor più significative suggestioni letterarie che essi sottendono.
Questo perché protagonisti nelle sue opere sono non tanto e non solo Roma, Venezia, Tivoli, Frascati ed il territorio circostante con le sue splendide ville tardo-rinascimentali e barocche e quei parchi folti di lecci, di querce e di cipressi più volte secolari, quanto il paesaggio come stato d’animo, la luce ed il colore che promana dalla città e dalla campagna con quel giallo oro della vegetazione autunnale, il verde scuro dei pini e l’azzurro dei monti lontani appena velato da tenui strisce di foschia, le trasparenze più soffuse ed i contrasti più violenti che rendono assai bene la magica atmosfera e sembrano quasi voler uscire dall’impasto dell’acquerello che, semplice supporto del quadro, li trattiene a malapena tanto forte è la loro carica cromatica e, in più di un’occasione, addirittura lirica.
Il maestro Khasiev, quasi ammaliato dalla preziosità della materia, con i suoi paesaggi tutti giocati su luci e su ombre che si perdono e si ritrovano come in un labirinto di un giardino all’italiana, riesce come d’incanto a trasformare in spessore ogni frammento di realtà scrutata che si arricchisce così di quel particolare timbro che, senza mezzi termini, possiamo tranquillamente chiamare poetico, in quanto parla a tutti noi con quella lingua universale che è il silenzio dimostrando ancora una volta di aver trovato quel segreto capace di tramutare l’immaginazione della felicità in felicità dell’immaginazione.

Renato Mammuccari

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