Là nel paese dove scorre l’augusto Tevere dorato,
dove il Campidoglio erge superbo il capo…
(P. A. Vjazemskij)

Vladimir Khasiev, acquerello “Tetti a San Pietroburgo”

Vladimir Khasiev, acquerello “scorcio da via IV Novembre”

Pari splendore entrambe hanno, l’una, fondata dallo zar Pietro il Grande, che le diede il nome dell’apostolo Pietro, capitale degli zar per due secoli, ricchissima dal punto di vista culturale, luogo elettivo di importanti scrittori, artisti, musicisti, ballerini, come Puskin, Dostoevsky, Gogol, Tchaikovsky, Stravinsky, Nureyev, Baryshnikov; l’altra, dal glorioso passato, che fu regno di Cesari e Papi, che trova la massima espressione della Cristianità nella Basilica dedicata a San Pietro; città natale e città adottiva dell’artista russo Vladimir Khasiev: San Pietroburgo e Roma.
Roma, con la solennità distaccata degli antichi ruderi, testimonianze materiali del trionfale passato, con la monumentalità dei suoi edifici e delle sue chiese, con il senso d’ eterno che sembra esprimersi dalle bionde acque del Tevere (che, silenziosamente l’attraversa con la sua curva dorata, scorrendo pigro sotto i ponti più antichi del mondo, quelli che cavalcano da più di duemila anni le sue acque), con l’antico Foro, che racchiude mirabili vestigia, con l’imponente e famosa Basilica di San Pietro, cuore della Cristianità, assomma in sé i più vetusti ricordi della nostra storia antica, medioevale e moderna.
In nessun altro luogo del mondo, come a Roma, il fantasioso richiamo dell’arte parla in voce di eternità, perché nelle sue rovine qualcosa d’incommensurabile valore permane dell’antico splendore: l’eredità della potenza romana che riverbera nei posteri.
Città d’eterno fascino, antica eppure sempre nuova, continua ad esercitare suggestioni, e vivida risplende in tutti i suoi colori nei delicati acquarelli dell’artista russo, Vladimir Khasiev che, in ascolto del richiamo ammaliatore, sedotto a tal punto dall’Urbe immortale, ha scelto di lasciare la natia San Pietroburgo per viverci e, non pago, di eternarla nelle sue opere.
Ponte Sant’Angelo, Ponte Sisto, il Lungotevere, Roma vista dal Pincio, Piazza del Quirinale, il Pantheon, Piazza del Campidoglio, Villa Panphili, Villa Aldobrandini, Fontana di Villa Torlonia, il Foro di Augusto, le terme di Caracalla, anche i dintorni di Roma, come Tuscolo (l’antica città fortificata che, come narra Ovidio, fu fondata da Telegono, figlio di Ulisse e della Maga Circe), Albano (cittadina che sorge quasi nello stesso luogo in cui, secondo la leggenda, Ascanio, figlio dell’eroe troiano Enea, fondò la città di Alba Longa), Frascati (nel cuore dei Castelli Romani), giardini, piazze, vie, viuzze, fontane, ponti, rovine, scorci del paesaggio, romano e laziale, sedotto dalla magia di un tramonto sul Tevere, dall’intreccio delle foglie dorate, dalla sinfonia delle fronde avvampate dai colori autunnali, dal candore delle statue, dai giochi d’acque delle fontane garrule fra scrosci e zampilli, dalla luminosità di una strada, pur fra le ombre, inondata dalla luce del sole, da vero interprete, che si ispira alle cose, ma, non contento delle apparenze ingannevoli della realtà, si pone in attento ascolto (giacché l’artista deve porsi in faccia alle cose direttamente e tutto assorto ad ascoltare la voce della bellezza consolatrice e dipingere secondo che ad esso detta dentro, Carlo Carrà, “Pittura metafisica”), di tutto l’Artista s’è appropriato, per poi riconsegnarlo agli occhi dello spettatore attraverso la sua personale interpretazione, intrisa di poesia e dolcezza: l’acquerello.
Nelle raffinate, eleganti, virtuose composizioni, attraverso il tocco delicato, lieve, fluido, acquoso, ma pur vivace e luminoso, traducendo in colore l’emozione, pur fugace, di un luogo, di un momento, consente a se stesso e allo spettatore di ri/vivere gli scorci più suggestivi e più pregni della storia dell’Urbe, eterna contro il tempo caduco.
Divengono così, i luoghi descritti, pur riconoscibilissimi, reconditi paesaggi dell’anima, giacché Khasiev esprime l’amoroso legame che ad essi lo stringe e, nell’abbandono alla contemplazione silenziosa e rinfrancante di vedute, ormai, familiari, l’occhio di entrambi, sia del pittore, sia dello spettatore, romanticamente si perde.

Veduta di Tuscolo

Quando per la mia prima volta vidi Frascati ne percepii immediatamente il fascino del tutto speciale; adagiata sotto le pendici del Tuscolo sensuale ed aristocratica mi accolse e come un viaggiatore di altri tempi mi lasciai condurre tra i vicoli le ville ed i parchi, alla ricerca dell’eterna armonia tra forma-colore e luce, sostanza e linfa di ogni artista.

W. Khasiev 2004

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L’esigenza di rinnovamento presente oggi più che mai nel campo dell’arte, così come nella moda, nel costume e nella società in genere, ha trovato un terreno particolarmente fecondo proprio nelle manifestazioni espressive, sia per una prepotente voglia di novità sia soprattutto per la crisi di vecchi modelli e di valori ritenuti superati. Da qui i tentativi, a volte rimasti mere intenzioni, di introdurre nuovi contenuti, di utilizzare tecniche avanguardistiche, di sperimentare ulteriori canali espressivi; sforzi, quasi sempre, oltre che innovativi addirittura dirompenti.
Ma ormai che quella triste previsione “la pittura è morta” è risultata infondata, certi che la pittura, quando è vera pittura, è rimasta forma d’arte mentre la carta emulsionata si è rivelata semplice tecnicismo, quella assoluta esigenza di prendere le distanze dalla realtà -per non correre il rischio di essere tacciati di poca inventiva ed originalità- non ha più ragion d’essere ed anche la protesta “contro ciò che è” di Marcuse è stata definitivamente ridimensionata.
A tale conclusione Wladimir Khasiev è arrivato subito, consapevole che l’arte deve essere innanzitutto espressione di ciò che vedono i nostri occhi, col solo filtro dei sentimenti e la mediazione degli stati d’animo, e non mera costruzione simbolico-allegorica che sottende messaggi a volte decodificabili solo attraverso un attento studio. Con una coerenza che denota anche coraggio l’amico Wladimir ha portato avanti un discorso ancorato al passato pur non rinunciando al presente, riuscendo in tal modo ad essere sorprendentemente moderno rivelando di aver fatto proprie le precedenti esperienze figurative, assorbite nella scuola d’Arte e di Design della Facoltà di Architettura di Interni di San Pietroburgo, restituendocele filtrate e ulteriormente arricchite dalla propria personale esperienza.
“Quando voi dipingete alberi, fateli in modo che gli uccelli vi possano svolzzare dentro e farvi i loro nidi”, scriveva Camille Corot alla vista del paesaggio romano, e così le opere di Khasiev, dimostrano a prima vista che egli possiede innato il gusto del colore, il senso dell’equilibrio del taglio e della composizione e soprattutto il tormento di una lettura interiore della realtà che ricrea sulla carta con entusiasmo e naturalezza oltre al dato oggettivo quello atmosferico.
L’ingresso di villa Aldobrandini, la Cancellata, il Ninfeo di villa Aldobrandini, la Salita di villa Aldobrandini ed il Panorama di Frascati dalla villa Aldobrandini, la Fontana alta, la Salita di villa Torlonia ed il Comune di Frascati assieme alle Scuderie Aldobrandini, l’Anfiteatro, la Passeggiata e gli Scavi del Tuscolo, il Campanile, la Veduta di piazza San Rocco e la Chiesa del Gesù, Villa Sora, Villa Tuscolo, Villa Parisi, Villa Mondragone, Villa Lancellotti e Villa Grazioli attraverso gli acquerelli di Khasiev riescono come d’incanto ad esprimere quel sentimento dei luoghi indispensabile a tutti noi per ritrovare angoli, scorci e vedute e assieme a questi le ancor più significative suggestioni letterarie che essi sottendono.
Questo perché protagonista nelle sue opere è non tanto e non solo la città di Frascati ed il territorio circostante con le sue splendide ville tardo-rinascimentali e barocche e quei parchi folti di lecci, di quercie e di cipressi più volte secolari, quanto il paesaggio come stato d’animo, la luce ed il colore che promana dalla città e dalla campagna con quel giallo oro della vegetazione autunnale, il verde scuro dei pini e l’azzurro dei monti lontani appena velato da tenui strisce di foschia, le trasparenze più soffuse ed i contrasti più violenti che rendono assai bene la magica atmosfera e sembrano quasi voler uscire dall’impasto dell’acquerello che, semplice supporto del quadro, li trattiene a mala pena tanto forte è la loro carica cromatica e al tempo stesso poetica e, in più di un’occasione, addirittura lirica.
E’ proprio il colore ancora una volta a trasformare in spessore ogni frammento di realtà scrutata dall’artista che si arricchisce così di quel particolare timbro che senza mezzi termini possiamo tranquillamente chiamare poetico; arte, quindi, quella di Wladimir, intesa come catarsi perché solo dopo aver ricostruito sul foglio bianco quel puzzle dettatogli dall’ispirazione, il forte carattere dell’uomo riesce a rasserenarsi ed a ritrovarsi, in una simbiosi ideale, con lancor più forte sentire dell’artista che è in lui.

Renato Mammuccari